Attacco ai wallet Ledger su Radio24 con Enrico Pagliarini

Attacco ai wallet Ledger: un chip spia con eSIM ha permesso il furto di milioni di dollari in criptovalute

Un componente elettronico nascosto all’interno di alcuni hardware wallet Ledger ha permesso di intercettare le chiavi di recupero degli utenti, aggirando le protezioni crittografiche dei dispositivi. Ne ho parlato con Enrico Pagliarini durante la trasmissione «2024» di Radio 24 di venerdì 16 ottobre 2026, approfondendo la dinamica dell’attacco, il tracciamento delle criptovalute rubate e le possibili conseguenze per la sicurezza informatica.

Il 9 ottobre 2026 centinaia di wallet per criptovalute di tipo “Ledger” (ma pare che successivamente ne siano stati coinvolti altri) sono stati svuotati nell’ambito di un attacco informatico tanto sofisticato quanto insolito.

Non è stata sfruttata una vulnerabilità software né è stato necessario violare la crittografia, neppure installare un malware sui dispositivi delle vittime: gli attaccanti hanno scelto una strada diversa, inserire fisicamente un minuscolo componente elettronico all’interno degli hardware wallet Ledger, dotato di una eSIM e della capacità di intercettare quanto veniva visualizzato sul display.

Le stime economiche del furto sono variate nel corso delle indagini, alcune ricostruzioni hanno parlato di circa 110 milioni di dollari, mentre un’analisi forense delle criptovalute su blockchain pubblicata da Bitquery ha quantificato circa 102 milioni di dollari sottratti da 335 wallet.

Ho avuto modo di raccontare e approfondire questa vicenda durante un’intervista con Enrico Pagliarini, nel programma 2024 di Radio 24, soffermandomi soprattutto su un aspetto che ritengo particolarmente preoccupante: la possibilità di compromettere un dispositivo elettronico senza modificarne il software e senza che i tradizionali controlli di sicurezza rilevino l’attacco.

Come funzionano gli hardware wallet per criptovalute

Per comprendere la particolarità di questo attacco bisogna partire dal funzionamento degli hardware wallet, dispositivi elettronici progettati per custodire in modo sicuro le chiavi private necessarie a gestire Bitcoin e altre criptovalute.

A differenza di un exchange, dove l’utente affida la custodia (da qui anche il termine “custodian”) dei propri asset a un soggetto terzo, un hardware wallet permette di mantenere il controllo diretto delle chiavi crittografiche, che rimangono memorizzate all’interno del dispositivo e da lì non possono uscire.

Le criptovalute non vengono ovviamente materialmente conservate all’interno del dispositivo, ma rimangono registrate sulle rispettive blockchain, mentre l’hardware wallet custodisce invece le chiavi private che consentono di disporne o comunque il seme – seed in inglese – che serve per generarle.

La caratteristica principale di questi dispositivi è la presenza di un chip crittografico sicuro, chiamato Secure Element, progettato per impedire l’estrazione delle chiavi private, che possono essere utilizzate per firmare transazioni ma non possono essere lette e ogni transazione mostra sullo schermo i dettagli degli indirizzi coinvolti, così da permettere un controllo totale senza il rischio che una compromissione del PC o dello smartphone con l’App di gestione crypto possa deviare i fondi.

Anche quando si esegue una transazione utilizzando un computer o uno smartphone, infatti, le operazioni crittografiche avvengono all’interno del wallet, mentre il display integrato permette all’utente di verificare gli indirizzi di destinazione e autorizzare il trasferimento.

Durante la configurazione iniziale viene inoltre generata una recovery phrase, generalmente composta da 24 parole, che permette di ricostruire il portafoglio e le relative chiavi private in caso di smarrimento o danneggiamento del dispositivo.

È un elemento fondamentale: chiunque conosca quelle 24 parole può ricostruire il portafoglio su un altro dispositivo e trasferire le criptovalute, anche senza possedere fisicamente l’hardware wallet originale. Proprio questo è il punto debole individuato dagli attaccanti e sfruttato per portare a termine con successo questo attacco.

Il chip spia nascosto dietro lo schermo e collegato alla batteria

La tecnica utilizzata può essere ricondotta alla categoria degli attacchi alla catena di fornitura, o supply chain attack, con una caratteristica particolare: la compromissione non riguardava il sistema operativo del wallet, bensì un componente hardware aggiuntivo, quindi invisibile al resto del sistema.

Alcuni dispositivi Ledger distribuiti attraverso CryptoBilis, rivenditore autorizzato nel Sud-est asiatico, erano stati fisicamente manomessi prima della consegna agli utenti, all’interno era stato inserito un piccolo circuito elettronico, dotato di microcontrollore, modulo di comunicazione cellulare ed eSIM, collegato alle linee attraverso cui il dispositivo trasmette le informazioni al display.

Il componente era in grado di intercettare i dati diretti allo schermo e, durante la prima configurazione, quando comparivano le 24 parole di recupero, il circuito poteva leggerle e trasmetterle agli attaccanti attraverso una connessione LTE indipendente.

Non serviva fotografare il display né compromettere il sistema operativo: era sufficiente intercettare elettronicamente i dati visibili sullo schermo e tenerli da parte per utilizzarli, poi, in seguito per svuotare i portafogli.

Si tratta di una forma di intercettazione hardware, o tapping, particolarmente insidiosa perché il componente aggiunto poteva operare senza alterare il funzionamento del chip crittografico: i controlli di autenticità del wallet potevano infatti continuare a essere superati, mentre un componente estraneo osservava silenziosamente le informazioni visualizzate dall’utente.

È questo, dal mio punto di vista, l’aspetto tecnicamente più interessante dell’intera vicenda: il sistema crittografico non è stato violato, ma è stato aggirato intercettando le informazioni nel momento in cui diventavano leggibili per l’essere umano.

Un furto pianificato e realizzato contemporaneamente

Una volta ottenute le recovery phrase, gli attaccanti non avevano bisogno di intervenire ulteriormente sui dispositivi, potevano ricostruire autonomamente i portafogli e attendere che gli utenti vi depositassero le proprie criptovalute.

Il 9 ottobre 2026 è infatti scattata in contemporanea l’operazione di sottrazione dei fondi, concentrata in un intervallo di tempo relativamente breve e distribuita su diverse blockchain.

Durante l’intervista con Pagliarini ho spiegato perché questa scelta avesse una precisa logica operativa: se gli attaccanti avessero iniziato svuotando un solo portafoglio, la vittima avrebbe potuto rendersi conto del furto e lanciare l’allarme. Gli altri possessori di dispositivi potenzialmente compromessi avrebbero avuto il tempo di spostare le proprie criptovalute e i fondi sottratti dai criminali sarebbero quindi stati molti di meno. Agendo invece in maniera coordinata, gli autori dell’attacco hanno ridotto sensibilmente la possibilità di una reazione preventiva.

La dinamica suggerisce una preparazione durata settimane o mesi, con attività di raccolta delle chiavi, predisposizione degli indirizzi di destinazione e organizzazione delle successive operazioni di trasferimento e riciclaggio.

La scoperta di Mark Karpelès e l’evoluzione dei chip spia

Un contributo importante alla ricostruzione tecnica è arrivato da Mark Karpelès, ex amministratore delegato dell’exchange Mt. Gox, che ha analizzato dispositivi Ledger manomessi individuando i componenti elettronici aggiunti.

Le analisi forensi hanno mostrato anche un’evoluzione della tecnica impiegata: alcuni impianti apparivano relativamente artigianali, con collegamenti e saldature manuali. Altri utilizzavano invece circuiti più raffinati, integrati in modo da risultare difficilmente distinguibili dai componenti originali.

Se un componente spia viene progettato per assomigliare all’elettronica originale, persino l’apertura del dispositivo e una semplice ispezione visiva potrebbero non essere sufficienti a individuarlo e per accertarne la presenza potrebbero essere necessarie analisi elettroniche, confronti con esemplari certamente originali e verifiche strumentali del comportamento del dispositivo e di ogni suo componente.

Resta inoltre da chiarire precisamente dove siano avvenute le alterazioni e chi ne sia responsabile. Ledger ha dichiarato che i propri sistemi e componenti crittografici non sono stati compromessi e che le manomissioni sarebbero avvenute dopo l’uscita dei dispositivi dal suo controllo.

Si possono rintracciare le criptovalute rubate?

Un altro argomento affrontato durante l’intervista è stato quello del tracciamento delle criptovalute sottratte tramite sistemi di tracciamento delle transazioni e analisi forensi della blockchain, detta anche blockchain intelligence.

Le transazioni effettuate su blockchain pubbliche sono generalmente visibili e possono essere analizzate attraverso strumenti di blockchain intelligence, questo permette agli investigatori di ricostruire trasferimenti, collegare indirizzi, individuare servizi di cambio e, in determinate circostanze, risalire ai soggetti coinvolti.

Purtroppo, tracciare una transazione non significa necessariamente identificare il suo autore o riuscire a recuperare i fondi: nel caso Ledger, fortunatamente, una parte delle criptovalute sottratte è confluita in stablecoin, come USDT e USDC, emesse rispettivamente da Tether e Circle e queste criptovalute presentano una caratteristica importante: gli emittenti possono, su determinate blockchain e in presenza dei necessari presupposti, congelare i token associati a specifici indirizzi.

Secondo le analisi pubblicate, Tether ha congelato circa 10 milioni di USDT collegati all’attacco. Il congelamento, in realtà, non equivale alla restituzione delle somme alle vittime ma è già un passo in avanti verso tale direzione e sicuramente sottrae la somma dalla disponibilità dei criminali che l’hanno sottratta.

Altri fondi sono stati invece trasferiti attraverso diversi servizi di scambio e conversione, anche utilizzando Tornado Cash, un protocollo di mixing che rende più complesso ricostruire i collegamenti tra gli indirizzi di provenienza e quelli di destinazione delle criptovalute.

L’analisi forense delle blockchain può quindi offrire elementi investigativi preziosi, ma deve spesso essere accompagnata dall’acquisizione di dati presso exchange, provider e altri soggetti coinvolti nelle transazioni.

Le indagini informatiche possono seguire anche la eSIM

Dal punto di vista dell’informatica forense, questa vicenda offre un ulteriore filone investigativo che ho evidenziato durante l’intervista: il componente elettronico clandestino aveva bisogno di comunicare verso l’esterno per trasmettere le recovery phrase intercettate.

Di conseguenza, oltre al tracciamento delle criptovalute, potrebbe essere possibile ricostruire le comunicazioni cellulari effettuate dai moduli installati nei wallet, tra gli elementi potenzialmente utili figurano gli identificativi delle eSIM, gli operatori utilizzati, le sessioni di connessione, gli indirizzi IP assegnati e i server verso cui sono stati inviati i dati.

Sono tutte informazioni la cui disponibilità dipenderà dalle caratteristiche tecniche degli impianti, dai registri conservati dagli operatori e dalle possibilità investigative; unendo le analisi elettroniche, i dati di rete e il tracciamento blockchain si potrebbero individuare collegamenti importanti tra la preparazione dell’attacco, la sottrazione delle chiavi e il successivo trasferimento dei fondi.

Il vero rischio: dispositivi elettronici spiati senza malware

La parte che considero più preoccupante di questa vicenda, e sulla quale mi sono soffermato con Enrico Pagliarini, riguarda però le possibili applicazioni della stessa tecnica su altri dispositivi elettronici.

Quello che è accaduto ai wallet Ledger potrebbe, almeno teoricamente, essere riprodotto su computer, smartphone, tablet e numerosi altri apparati: un componente elettronico aggiunto potrebbe intercettare dati diretti a un display, segnali provenienti da sensori o altre informazioni disponibili sui collegamenti interni, per poi trasmetterli all’esterno tramite una connessione autonoma.

Si pensi, ad esempio, a un notebook utilizzato per consultare documenti riservati, accedere a sistemi aziendali o visualizzare credenziali di autenticazione, oppure agli smartphone o a qualunque altro dispositivo dotato di schermo, anche piccolo.

Un attaccante sufficientemente organizzato potrebbe ottenere informazioni sensibili senza installare software malevolo, senza utilizzare la connessione Internet del computer e senza necessariamente generare anomalie rilevabili dai comuni antivirus o sistemi EDR.

Naturalmente un’operazione del genere richiede accesso fisico, competenze elettroniche e la possibilità di intervenire sull’hardware, non significa quindi che ogni dispositivo possa essere compromesso facilmente o che simili impianti siano già diffusi.

Come osservavo durante la trasmissione, potremmo arrivare persino a dover verificare anche le emissioni radio dei dispositivi appena acquistati, per individuare eventuali comunicazioni cellulari non previste.

Un rilevatore di radiofrequenze può fornire un primo indizio, ma non rappresenta una garanzia: un componente malevolo potrebbe comunicare soltanto in determinati momenti oppure memorizzare temporaneamente i dati e trasmetterli successivamente.

La sicurezza informatica non si ferma al software

Questo episodio pone infine una questione molto più ampia, legata al controllo della filiera produttiva e della distribuzione dei dispositivi elettronici: quando acquistiamo un computer, uno smartphone o un dispositivo destinato a proteggere informazioni riservate, diamo generalmente per scontato che l’hardware contenuto al suo interno corrisponda a quello progettato dal produttore.

Ma quanto possiamo esserne certi? La sicurezza informatica non riguarda soltanto aggiornamenti software, autenticazione, crittografia e protezione dalle vulnerabilità, riguarda anche la provenienza dei componenti, l’integrità fisica dei dispositivi, l’affidabilità dei fornitori e il controllo di tutte le fasi che precedono la consegna all’utilizzatore finale.

Per chi utilizza hardware wallet, una conseguenza pratica è prestare particolare attenzione alla provenienza del dispositivo e alle indicazioni di sicurezza del produttore. In presenza di una sospetta compromissione della recovery phrase, non basta cambiare apparecchio mantenendo le stesse 24 parole: occorre generare nuove chiavi su un dispositivo affidabile e trasferire i fondi.

Per le organizzazioni che trattano informazioni particolarmente sensibili, invece, potrebbe diventare sempre più importante affiancare ai controlli informatici tradizionali anche verifiche sulla sicurezza fisica ed elettronica degli apparati.

Il caso Ledger dimostra infatti che un sistema può essere perfettamente protetto dal punto di vista crittografico e risultare comunque vulnerabile perché qualcuno è riuscito a osservare ciò che avviene al di fuori del suo perimetro di protezione.

Ed è probabilmente questa la lezione più importante che possiamo ricavare da un attacco che, pur avendo colpito il mondo delle criptovalute, riguarda potenzialmente l’intero settore della sicurezza digitale.

Per ascoltare l’intervista nella quale sono intervenuto con Enrico Pagliarini nella puntata “Maxi cripto furto – Frigoriferi in tilt – Compliance” del programma 2024 di Radio 24, a partire da circa il minuto 14, potete accedere al podcast su Apple oppure scaricarla direttamente dalla pagina della puntata su Radio24.

ONIF Genova 2026: il futuro dell’informatica forense

Si è svolta venerdì 16 ottobre 2026, nella splendida cornice di Villa Giustiniani Cambiaso a Genova, la decima edizione del Seminario Formativo dell’Osservatorio Nazionale per l’Informatica Forense (ONIF), dal titolo “Informatica forense: il prossimo capitolo è già iniziato”.

Una giornata di formazione, aggiornamento e confronto alla quale ho avuto il piacere di partecipare insieme a numerosi colleghi, rappresentanti delle istituzioni, magistrati, Forze dell’Ordine, professionisti del settore legale e specialisti della sicurezza informatica.

ONIF a Genova 2026 - Informatici Forensi

Il titolo scelto per questa decima edizione racconta bene ciò che sta accadendo nella nostra professione: l’informatica forense sta attraversando una trasformazione importante, nella quale nuove tecnologie, strumenti investigativi e scenari di criminalità digitale richiedono un continuo aggiornamento delle competenze e delle metodologie di analisi.

L’Osservatorio Nazionale d’Informatica Forense ONIF

ONIF Genova 2026 - Osservatorio Nazionale Informatica Forense

L’Osservatorio Nazionale per l’Informatica Forense (ONIF) nasce nel 2015 dall’iniziativa di un gruppo di professionisti, di cui ho avuto il piacere di far parte come socio fondatore, con l’obiettivo di promuovere, valorizzare e dare maggiore riconoscimento alla figura dell’informatico forense.

In oltre dieci anni di attività, quella che era l’intuizione di pochi colleghi si è trasformata in una realtà associativa di riferimento a livello nazionale, capace di mettere in relazione professionisti, magistrati, Forze dell’Ordine, università e istituzioni.

Dalle prime indagini conoscitive sulla professione agli incontri istituzionali, anche presso la Camera dei Deputati, fino ai numerosi convegni e seminari formativi organizzati in tutta Italia, ONIF ha contribuito concretamente alla diffusione della cultura dell’informatica forense e alla valorizzazione delle competenze di chi opera nel settore.

Un percorso costruito grazie alla passione e all’impegno volontario dei soci, che ha raggiunto un altro importante traguardo con la decima edizione del seminario nazionale, tenutasi a Genova il 16 ottobre 2026.

Intelligenza artificiale, OSINT e nuove tecnologie investigative

Tra i temi centrali del convegno non poteva mancare l’Intelligenza Artificiale applicata alla Digital Forensics, affrontata da diverse prospettive.

Nanni Bassetti ha approfondito il tema della Private AI, analizzando le opportunità offerte dall’impiego di modelli di intelligenza artificiale in ambienti locali per supportare le attività di analisi forense.

Virginia Romero e Christian Allen di Social Links hanno affrontato l’evoluzione delle indagini OSINT attraverso strumenti basati sull’IA, mentre Alon Zilkha di Cellebrite ha illustrato il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nelle investigazioni digitali.

Particolare attenzione anche all’autenticità dei contenuti digitali, con l’intervento di Marco Fontani di Amped Software dedicato ai deepfake e alle tecnologie per il loro rilevamento, un tema sempre più rilevante nella valutazione delle prove informatiche.

Mobile Forensics, decifratura, comparazione vocale e analisi delle prove digitali

Ampio spazio è stato dedicato anche agli strumenti e alle metodologie di acquisizione e analisi delle evidenze digitali.

Yana Gurenko di Passware ha presentato le novità relative alla decrittazione dei dispositivi mobili e ai sistemi protetti con BitLocker, mentre Sergio Carvajal di Compelson ha affrontato le possibilità investigative offerte dall’analisi forense degli smartwatch.

Marco Perino ha illustrato AMLETO, un sistema per la comparazione forense della voce da utilizzare in ambito di perizie foniche che pone particolare attenzione alla trasparenza metodologica, alla ripetibilità e alla validazione dei risultati.

Nicola Chemello di SecurCube ha presentato le funzionalità investigative di PhoneLog per la correlazione delle evidenze digitali, l’analisi dei dati telefonici e lo studio della copertura delle reti mobili.

Blockchain, criptovalute e infrastrutture critiche

Un’altra parte significativa del programma ha riguardato le indagini sulle criptovalute e la risposta agli incidenti informatici che coinvolgono infrastrutture critiche.

Alessandro Rella e Umberto Buonora hanno affrontato le tecniche di demixing applicate a Tornado Cash, con particolare attenzione all’analisi comportamentale e alla correlazione dei dati blockchain nell’ambito delle investigazioni finanziarie.

Fabrizio Giuliani ha approfondito le problematiche di Digital Forensics e Incident Response in un’infrastruttura energetica critica interessata da un cyberattacco, mentre Gaetano Consalvo ha illustrato strategie investigative e di risposta agli incidenti applicate alle infrastrutture idriche.

Si tratta di scenari nei quali le competenze dell’informatico forense si intrecciano sempre più spesso con quelle della cybersecurity, dell’analisi delle infrastrutture e della gestione degli incidenti.

Normativa, sicurezza dei dati e controspionaggio tecnologico

Il programma ha riservato spazio anche alle implicazioni giuridiche e organizzative delle nuove tecnologie.

Matteo Arrigoni di Netskope ha affrontato gli aspetti della compliance, dell’AI Act e della protezione dei dati in transito.

Pier Luca Toselli ha esaminato le problematiche legate all’opacità degli algoritmi e ai nuovi reati connessi all’intelligenza artificiale, soffermandosi anche sull’articolo 612-quater del Codice Penale.

Marco Muratori di MG Extreme ha invece approfondito le minacce legate allo spionaggio aziendale e le strategie di controspionaggio tecnologico.

L’importanza del confronto tra professionisti

Al di là degli approfondimenti tecnici, eventi come il seminario ONIF rappresentano soprattutto un’importante occasione per incontrare colleghi, condividere esperienze professionali e confrontarsi sulle difficoltà che emergono quotidianamente nelle attività di indagine digitale.

La tecnologia evolve, ma rimangono fondamentali il rigore metodologico, la verificabilità dei risultati e la capacità di distinguere un dato digitale da una prova acquisita tramite copia forense e interpretata secondo corrette pratiche di analisi forense.

La presenza di rappresentanti della magistratura, delle Forze dell’Ordine, dell’Università e degli Ordini professionali testimonia inoltre quanto l’informatica forense sia diventata una disciplina trasversale e centrale nell’amministrazione della giustizia e nella tutela delle organizzazioni.

Un ringraziamento al Presidente ONIF Mattia Epifani, al Direttore eventi Pasquale Di Tolla, a tutti gli organizzatori, ai relatori e ai partner che hanno contribuito alla realizzazione di questa decima edizione.

Nuovi Orizzonti per le Indagini Digitali il 12 novembre 2026 a Roma

Dalla Mobile Forensics alle criptovalute, passando per malware, spyware, intelligenza artificiale e nuove tecniche investigative: il 12 novembre 2026 si terrà a Roma la conferenza “Nuovi Orizzonti per le Indagini Digitali Forensi: Sfide e Soluzioni”, organizzata da MSAB, in collaborazione con eTrace Digital Security, Jamf e ShadowDragon.

L’evento rappresenta un’occasione di approfondimento tecnico e confronto tra professionisti dell’informatica forense, investigatori, consulenti tecnici ed esperti del settore, con un programma dedicato ad alcune delle sfide più attuali delle indagini digitali, dell’acquisizione delle prove informatiche e delle tecnologie investigative.

Nel corso della giornata verranno affrontati temi che spaziano dalle tecniche avanzate di acquisizione forense degli smartphone alle indagini sulle criptovalute, dall’identificazione di malware e spyware all’impiego dell’intelligenza artificiale nelle attività investigative, fino alle problematiche giuridiche e procedurali legate alla prova digitale.

Programma della conferenza

Il programma prevede i seguenti interventi:

  • 09:45 – MSAB
    Why XRY? BruteForce in BFU a Velocità Smodata!
  • 10:30 – Fabio Massa
    Dallo smartphone al sequestro: indagini crypto oltre la seed phrase
  • 11:45 – Jamf
    Rilevamento ed Analisi Avanzate di Malware nelle Indagini Forensi
  • 12:30 – Paolo Dal Checco (Forenser)
    Caccia alle tracce: acquisizione forense per l’analisi di spyware su iOS e Android
  • 14:30 – ShadowDragon
    Oltre l’Estrazione: trasformare i dati forensi dei dispositivi mobili in piste investigative
  • 15:15 – Pier-Luca Toselli e Roberto Murenec
    La prova digitale nel procedimento penale: evoluzione delle tecniche investigative e persistenti criticità
  • 16:30 – E-Trace
    Data Driven Investigation e Intelligenza Artificiale: il ruolo dell’investigatore tra automazione, prova digitale e controllo umano

Alle 17:30 è prevista una sessione di domande e risposte (Q&A) e dimostrazioni, con conclusione dei lavori alle 18:00.

Acquisizione forense di smartphone per l’analisi di malware e spyware su iOS e Android

Nel mio intervento, previsto alle 12:30, mi concentrerò su un aspetto spesso sottovalutato nelle analisi forensi di smartphone: quali dati è necessario acquisire, e attraverso quali tecniche e strumenti, per individuare eventuali tracce di malware e spyware, presenti sul dispositivo o riconducibili a compromissioni avvenute in passato?

Le metodologie tradizionali di acquisizione forense degli smartphone sono spesso orientate al recupero di chat, messaggi, fotografie, video e altri contenuti dell’utente. Tuttavia, quando l’obiettivo dell’indagine è verificare una possibile compromissione del dispositivo, queste informazioni possono risultare insufficienti o persino irrilevanti.

In questo scenario assumono particolare importanza altre categorie di dati e artefatti digitali, tra cui:

  • Log di sistema, registri degli eventi e informazioni diagnostiche;
  • Acquisizioni forensi Full File System (FFS), ove tecnicamente possibili;
  • Elenchi dei file presenti sul dispositivo, comprensivi di metadati del filesystem, permessi e timestamp, anche nei casi in cui non sia possibile acquisire integralmente il file system;
  • Crash report e registrazioni di malfunzionamenti di applicazioni e servizi;
  • Altri artefatti di sistema potenzialmente utili a ricostruire attività anomale o tracce di compromissioni pregresse.

Approfondirò quindi le tecniche, gli strumenti e le modalità di acquisizione forense più adatti a preservare le informazioni necessarie per le successive analisi di malware e spyware, evidenziando le differenze tra i dati accessibili sui dispositivi iOS e Android e i limiti delle diverse metodologie.

Un aspetto centrale riguarda la possibilità di rilevare – nell’ambito di perizie informatiche su smartphone – tracce di infezioni non più attive al momento dell’esame: un’acquisizione incompleta o non adeguata allo scopo investigativo può infatti precludere analisi successive, anche quando sul dispositivo erano ancora presenti artefatti potenzialmente significativi.

Informazioni e iscrizioni

La conferenza si terrà giovedì 12 novembre 2026, presso UNA HOTELS Hotel Empire a Roma.

La partecipazione è gratuita, ma è richiesta la registrazione preventiva, considerata la disponibilità limitata dei posti.

Il programma completo, le informazioni organizzative e il modulo di registrazione sono disponibili sul sito ufficiale MSAB:

Nuovi Orizzonti per le Indagini Digitali Forensi – Programma e iscrizioni

Ringrazio Giovanni Maria Castoldi per l’invito e per l’organizzazione, sempre impeccabile, di un evento che negli anni è diventato un importante punto di riferimento non soltanto per i professionisti della Mobile Forensics, ma più in generale per chi si occupa di informatica forense e indagini digitali.

Speciale Le Iene Inside – la truffa del finto trading e dei Rolex con Luigi Pelazza

“Non farti fregare”, lo speciale Le Iene Inside andato in onda ieri sera su Mediaset, durante il quale Riccardo Festinese ha riproposto insieme a Luigi Pelazza i servizi della truffa del trading e quella dei Rolex ai quali ho dato il mio contributo come consulente informatico forense per Le Iene con lo scopo d’illustrare cosa si nasconde dietro ai raggiri nel mondo digitale.

Le Iene Inside - La truffa del trading - Paolo Dal Checco e Luigi Pelazza

Il tempo passa, le truffe si evolvono ed è essenziale conoscere i rischi che si corrono quando ci telefonano potenziali trader, come fanno a ingannare e da 250 euro convincere le persone a versarne migliaia ma anche cosa può succedere quando siamo noi a telefonare a numeri che conosciamo bene ma che possono essere stati deviati verso utenze terze.

Come perito informatico per Le Iene ho mostrato, nei due servizi andati in onda per lo speciale, come avvengono le truffe, come viene simulato il portale di trading per la truffa dei finti investimenti e come vengono deviate le telefonate nella truffa dei Rolex.

Le Iene Inside - La truffa dei rolex - Paolo Dal Checco e Luigi Pelazza

Come sempre, la tecnologia aiuta ma può anche essere sfruttata dai criminali per portare a termine i raggiri, creando illusioni, modificando la realtà e collaborando alla riuscita delle frodi informatiche che, con opportune misure tecniche, organizzative ma soprattutto preparazione delle persone, possono essere evitate.

Nello speciale anche tanti altri servizi molto sulle frodi, utili per aumentare la consapevolezza delle persone su raggiri e truffe informatiche ed evitare che ne diventino vittime, dato che spesso dal punto di vista tecnico non vi sono sufficienti strumenti di protezione e si deve contare sugli “anticorpi digitali” del singolo.

Intervista al TG1 sulle conseguenze del data breach Revolut

Giovedì 17 settembre sono stato ospite al TG1, nel servizio della giornalista Silvia Balducci – che ringrazio per l’opportunità – sulla PEC governativa compromessa e le conseguenze dell’attacco di tipo MiTM alla mailbox che ha permesso ai criminali informatici di ricevere documentazione privata dei correntisti della banca Revolut.

Paolo Dal Checco - Perizie Informatiche Forensi - ospite al TG1 per intervista su data breach Revolut e PEC governativa compromessa

Durante l’intervista al TG1 ho parlato dei rischi che corrono gli interessati di un databreach nel momento in cui i loro dati vengono divulgati e quindi potenzialmente utilizzati contro di loro.

Truffe più credibili e mirate

Il primo rischio è ricevere tentativi di phishing, telefonate o messaggi costruiti su dettagli veri. Chi conosce il nome della banca, un’operazione effettuata anche in criptomoneta Bitcoin ad esempio, un recapito e magari possiede la copia di un documento può presentarsi in modo molto più convincente come operatore dell’assistenza, funzionario o investigatore.

Una richiesta urgente di “verificare il conto” ad esempio, o tipicamente di “mettere al sicuro i fondi” o potenzialmente anche “validare una transazione in criptovalute mai in realtà fatta” può così sembrare plausibile.

Gli stessi dati potrebbero essere usati per tentativi di estorsione, soprattutto quando rivelano aspetti della vita finanziaria che la persona considera privati. La disponibilità dei documenti aumenta le possibilità di raggiro, ma non significa che ogni tentativo andrà a buon fine soprattutto se chi è stato coinvolto nel data breach è consapevole dei rischi e pronto a gestirli.

Il rischio di vedersi attribuire attività altrui

Il secondo rischio è il furto d’identità. I criminali potrebbero tentare di usare i dati e le copie dei documenti delle vittime per aprire account, registrare domini o attivare servizi da impiegare in successive frodi. Il CERT-AGID ha documentato, in altre campagne, il tentativo di utilizzare documenti sottratti anche per creare un’identità digitale SPID a nome della vittima: questo è uno scenario di rischio, non la prova che nel caso Revolut tali registrazioni siano già avvenute.

Se uno di quegli account venisse usato per truffare terzi, i dati di registrazione potrebbero condurre inizialmente alla persona a cui è stata sottratta l’identità e la vittima rischierebbe quindi di dover spiegare e documentare un’attività che non ha mai svolto. È il senso dell’espressione “capro espiatorio”: comparire nei primi riscontri di un’indagine non equivale ovviamente a essere responsabili, ma può comportare conseguenze concrete e difficili da gestire.

Il rischio di estorsione

Chi è vittima di data breach spesso rischia di diventare oggetto di estorsione nel momento in cui i criminali minacciano non solo chi ha causato il data breach (quindi nel caso specifico, la banca) ma anche i proprietari dei dati sottratti di divulgarli a meno di non ricevere un pagamento, tipicamente in criptomoneta (Bitcoin, Ethereum ma più spesso Monero o ZCash).

In caso di richieste estorsive il suggerimento è quello di rivolgersi immediatamente all’Autorità Giudiziaria e sporgere querela.

Servizio sul Data Breach Revolut con Paolo Dal Checco - Informatico Forense

Cosa può fare chi è coinvolto nel data breach

Chi riceve una comunicazione relativa alla violazione dovrebbe conservarla e verificare quali categorie di dati lo riguardano. È prudente controllare con attenzione movimenti e comunicazioni del proprio conto, attivare gli avvisi disponibili e diffidare delle richieste inattese, anche quando citano informazioni esatte.

Per contattare la banca o un ente, è meglio usare l’app o i recapiti ufficiali già conosciuti, senza seguire link o numeri forniti nel messaggio ricevuto, non fidarsi di nessun contatto ricevuto ma essere sempre i primi a contattare.

Se sono stati divulgati documenti d’identità – come nel caso di Revolut – un buon consiglio è quello di prenotare presso il proprio Comune e segnalarle l’illecita diffusione e la necessità di procedere alla sostituzione, in modo che qualunque atto venga svolto con il vecchio documento sarà semplice dimostrare la propria estraneità, dato che il documento non esiste più ed è stato sostituito da uno nuovo.

Se emergono account, richieste o operazioni mai autorizzate, occorre conservarne le prove, contestarle tempestivamente presso il servizio interessato e rivolgersi alle autorità: anche il CERT-AGID raccomanda di segnalare il furto (o meglio, la diffusione illecita) di dati personali (come carta d’identità, foto, dati bancari, etc…) alla Polizia Postale, magari tramite una denuncia/querela, in diversi infine consigliano di presentare una segnalazione anche al Garante della Privacy.