Attacco ai wallet Ledger: un chip spia con eSIM ha permesso il furto di milioni di dollari in criptovalute
Un componente elettronico nascosto all’interno di alcuni hardware wallet Ledger ha permesso di intercettare le chiavi di recupero degli utenti, aggirando le protezioni crittografiche dei dispositivi. Ne ho parlato con Enrico Pagliarini durante la trasmissione «2024» di Radio 24 di venerdì 16 ottobre 2026, approfondendo la dinamica dell’attacco, il tracciamento delle criptovalute rubate e le possibili conseguenze per la sicurezza informatica.
Il 9 ottobre 2026 centinaia di wallet per criptovalute di tipo “Ledger” (ma pare che successivamente ne siano stati coinvolti altri) sono stati svuotati nell’ambito di un attacco informatico tanto sofisticato quanto insolito.
Non è stata sfruttata una vulnerabilità software né è stato necessario violare la crittografia, neppure installare un malware sui dispositivi delle vittime: gli attaccanti hanno scelto una strada diversa, inserire fisicamente un minuscolo componente elettronico all’interno degli hardware wallet Ledger, dotato di una eSIM e della capacità di intercettare quanto veniva visualizzato sul display.
Le stime economiche del furto sono variate nel corso delle indagini, alcune ricostruzioni hanno parlato di circa 110 milioni di dollari, mentre un’analisi forense delle criptovalute su blockchain pubblicata da Bitquery ha quantificato circa 102 milioni di dollari sottratti da 335 wallet.
Ho avuto modo di raccontare e approfondire questa vicenda durante un’intervista con Enrico Pagliarini, nel programma 2024 di Radio 24, soffermandomi soprattutto su un aspetto che ritengo particolarmente preoccupante: la possibilità di compromettere un dispositivo elettronico senza modificarne il software e senza che i tradizionali controlli di sicurezza rilevino l’attacco.
Come funzionano gli hardware wallet per criptovalute
Per comprendere la particolarità di questo attacco bisogna partire dal funzionamento degli hardware wallet, dispositivi elettronici progettati per custodire in modo sicuro le chiavi private necessarie a gestire Bitcoin e altre criptovalute.
A differenza di un exchange, dove l’utente affida la custodia (da qui anche il termine “custodian”) dei propri asset a un soggetto terzo, un hardware wallet permette di mantenere il controllo diretto delle chiavi crittografiche, che rimangono memorizzate all’interno del dispositivo e da lì non possono uscire.
Le criptovalute non vengono ovviamente materialmente conservate all’interno del dispositivo, ma rimangono registrate sulle rispettive blockchain, mentre l’hardware wallet custodisce invece le chiavi private che consentono di disporne o comunque il seme – seed in inglese – che serve per generarle.
La caratteristica principale di questi dispositivi è la presenza di un chip crittografico sicuro, chiamato Secure Element, progettato per impedire l’estrazione delle chiavi private, che possono essere utilizzate per firmare transazioni ma non possono essere lette e ogni transazione mostra sullo schermo i dettagli degli indirizzi coinvolti, così da permettere un controllo totale senza il rischio che una compromissione del PC o dello smartphone con l’App di gestione crypto possa deviare i fondi.
Anche quando si esegue una transazione utilizzando un computer o uno smartphone, infatti, le operazioni crittografiche avvengono all’interno del wallet, mentre il display integrato permette all’utente di verificare gli indirizzi di destinazione e autorizzare il trasferimento.
Durante la configurazione iniziale viene inoltre generata una recovery phrase, generalmente composta da 24 parole, che permette di ricostruire il portafoglio e le relative chiavi private in caso di smarrimento o danneggiamento del dispositivo.
È un elemento fondamentale: chiunque conosca quelle 24 parole può ricostruire il portafoglio su un altro dispositivo e trasferire le criptovalute, anche senza possedere fisicamente l’hardware wallet originale. Proprio questo è il punto debole individuato dagli attaccanti e sfruttato per portare a termine con successo questo attacco.
Il chip spia nascosto dietro lo schermo e collegato alla batteria
La tecnica utilizzata può essere ricondotta alla categoria degli attacchi alla catena di fornitura, o supply chain attack, con una caratteristica particolare: la compromissione non riguardava il sistema operativo del wallet, bensì un componente hardware aggiuntivo, quindi invisibile al resto del sistema.
Alcuni dispositivi Ledger distribuiti attraverso CryptoBilis, rivenditore autorizzato nel Sud-est asiatico, erano stati fisicamente manomessi prima della consegna agli utenti, all’interno era stato inserito un piccolo circuito elettronico, dotato di microcontrollore, modulo di comunicazione cellulare ed eSIM, collegato alle linee attraverso cui il dispositivo trasmette le informazioni al display.
Il componente era in grado di intercettare i dati diretti allo schermo e, durante la prima configurazione, quando comparivano le 24 parole di recupero, il circuito poteva leggerle e trasmetterle agli attaccanti attraverso una connessione LTE indipendente.
Non serviva fotografare il display né compromettere il sistema operativo: era sufficiente intercettare elettronicamente i dati visibili sullo schermo e tenerli da parte per utilizzarli, poi, in seguito per svuotare i portafogli.
Si tratta di una forma di intercettazione hardware, o tapping, particolarmente insidiosa perché il componente aggiunto poteva operare senza alterare il funzionamento del chip crittografico: i controlli di autenticità del wallet potevano infatti continuare a essere superati, mentre un componente estraneo osservava silenziosamente le informazioni visualizzate dall’utente.
È questo, dal mio punto di vista, l’aspetto tecnicamente più interessante dell’intera vicenda: il sistema crittografico non è stato violato, ma è stato aggirato intercettando le informazioni nel momento in cui diventavano leggibili per l’essere umano.
Un furto pianificato e realizzato contemporaneamente
Una volta ottenute le recovery phrase, gli attaccanti non avevano bisogno di intervenire ulteriormente sui dispositivi, potevano ricostruire autonomamente i portafogli e attendere che gli utenti vi depositassero le proprie criptovalute.
Il 9 ottobre 2026 è infatti scattata in contemporanea l’operazione di sottrazione dei fondi, concentrata in un intervallo di tempo relativamente breve e distribuita su diverse blockchain.
Durante l’intervista con Pagliarini ho spiegato perché questa scelta avesse una precisa logica operativa: se gli attaccanti avessero iniziato svuotando un solo portafoglio, la vittima avrebbe potuto rendersi conto del furto e lanciare l’allarme. Gli altri possessori di dispositivi potenzialmente compromessi avrebbero avuto il tempo di spostare le proprie criptovalute e i fondi sottratti dai criminali sarebbero quindi stati molti di meno. Agendo invece in maniera coordinata, gli autori dell’attacco hanno ridotto sensibilmente la possibilità di una reazione preventiva.
La dinamica suggerisce una preparazione durata settimane o mesi, con attività di raccolta delle chiavi, predisposizione degli indirizzi di destinazione e organizzazione delle successive operazioni di trasferimento e riciclaggio.
La scoperta di Mark Karpelès e l’evoluzione dei chip spia
Un contributo importante alla ricostruzione tecnica è arrivato da Mark Karpelès, ex amministratore delegato dell’exchange Mt. Gox, che ha analizzato dispositivi Ledger manomessi individuando i componenti elettronici aggiunti.
Le analisi forensi hanno mostrato anche un’evoluzione della tecnica impiegata: alcuni impianti apparivano relativamente artigianali, con collegamenti e saldature manuali. Altri utilizzavano invece circuiti più raffinati, integrati in modo da risultare difficilmente distinguibili dai componenti originali.
Se un componente spia viene progettato per assomigliare all’elettronica originale, persino l’apertura del dispositivo e una semplice ispezione visiva potrebbero non essere sufficienti a individuarlo e per accertarne la presenza potrebbero essere necessarie analisi elettroniche, confronti con esemplari certamente originali e verifiche strumentali del comportamento del dispositivo e di ogni suo componente.
Resta inoltre da chiarire precisamente dove siano avvenute le alterazioni e chi ne sia responsabile. Ledger ha dichiarato che i propri sistemi e componenti crittografici non sono stati compromessi e che le manomissioni sarebbero avvenute dopo l’uscita dei dispositivi dal suo controllo.
Si possono rintracciare le criptovalute rubate?
Un altro argomento affrontato durante l’intervista è stato quello del tracciamento delle criptovalute sottratte tramite sistemi di tracciamento delle transazioni e analisi forensi della blockchain, detta anche blockchain intelligence.
Le transazioni effettuate su blockchain pubbliche sono generalmente visibili e possono essere analizzate attraverso strumenti di blockchain intelligence, questo permette agli investigatori di ricostruire trasferimenti, collegare indirizzi, individuare servizi di cambio e, in determinate circostanze, risalire ai soggetti coinvolti.
Purtroppo, tracciare una transazione non significa necessariamente identificare il suo autore o riuscire a recuperare i fondi: nel caso Ledger, fortunatamente, una parte delle criptovalute sottratte è confluita in stablecoin, come USDT e USDC, emesse rispettivamente da Tether e Circle e queste criptovalute presentano una caratteristica importante: gli emittenti possono, su determinate blockchain e in presenza dei necessari presupposti, congelare i token associati a specifici indirizzi.
Secondo le analisi pubblicate, Tether ha congelato circa 10 milioni di USDT collegati all’attacco. Il congelamento, in realtà, non equivale alla restituzione delle somme alle vittime ma è già un passo in avanti verso tale direzione e sicuramente sottrae la somma dalla disponibilità dei criminali che l’hanno sottratta.
Altri fondi sono stati invece trasferiti attraverso diversi servizi di scambio e conversione, anche utilizzando Tornado Cash, un protocollo di mixing che rende più complesso ricostruire i collegamenti tra gli indirizzi di provenienza e quelli di destinazione delle criptovalute.
L’analisi forense delle blockchain può quindi offrire elementi investigativi preziosi, ma deve spesso essere accompagnata dall’acquisizione di dati presso exchange, provider e altri soggetti coinvolti nelle transazioni.
Le indagini informatiche possono seguire anche la eSIM
Dal punto di vista dell’informatica forense, questa vicenda offre un ulteriore filone investigativo che ho evidenziato durante l’intervista: il componente elettronico clandestino aveva bisogno di comunicare verso l’esterno per trasmettere le recovery phrase intercettate.
Di conseguenza, oltre al tracciamento delle criptovalute, potrebbe essere possibile ricostruire le comunicazioni cellulari effettuate dai moduli installati nei wallet, tra gli elementi potenzialmente utili figurano gli identificativi delle eSIM, gli operatori utilizzati, le sessioni di connessione, gli indirizzi IP assegnati e i server verso cui sono stati inviati i dati.
Sono tutte informazioni la cui disponibilità dipenderà dalle caratteristiche tecniche degli impianti, dai registri conservati dagli operatori e dalle possibilità investigative; unendo le analisi elettroniche, i dati di rete e il tracciamento blockchain si potrebbero individuare collegamenti importanti tra la preparazione dell’attacco, la sottrazione delle chiavi e il successivo trasferimento dei fondi.
Il vero rischio: dispositivi elettronici spiati senza malware
La parte che considero più preoccupante di questa vicenda, e sulla quale mi sono soffermato con Enrico Pagliarini, riguarda però le possibili applicazioni della stessa tecnica su altri dispositivi elettronici.
Quello che è accaduto ai wallet Ledger potrebbe, almeno teoricamente, essere riprodotto su computer, smartphone, tablet e numerosi altri apparati: un componente elettronico aggiunto potrebbe intercettare dati diretti a un display, segnali provenienti da sensori o altre informazioni disponibili sui collegamenti interni, per poi trasmetterli all’esterno tramite una connessione autonoma.
Si pensi, ad esempio, a un notebook utilizzato per consultare documenti riservati, accedere a sistemi aziendali o visualizzare credenziali di autenticazione, oppure agli smartphone o a qualunque altro dispositivo dotato di schermo, anche piccolo.
Un attaccante sufficientemente organizzato potrebbe ottenere informazioni sensibili senza installare software malevolo, senza utilizzare la connessione Internet del computer e senza necessariamente generare anomalie rilevabili dai comuni antivirus o sistemi EDR.
Naturalmente un’operazione del genere richiede accesso fisico, competenze elettroniche e la possibilità di intervenire sull’hardware, non significa quindi che ogni dispositivo possa essere compromesso facilmente o che simili impianti siano già diffusi.
Come osservavo durante la trasmissione, potremmo arrivare persino a dover verificare anche le emissioni radio dei dispositivi appena acquistati, per individuare eventuali comunicazioni cellulari non previste.
Un rilevatore di radiofrequenze può fornire un primo indizio, ma non rappresenta una garanzia: un componente malevolo potrebbe comunicare soltanto in determinati momenti oppure memorizzare temporaneamente i dati e trasmetterli successivamente.
La sicurezza informatica non si ferma al software
Questo episodio pone infine una questione molto più ampia, legata al controllo della filiera produttiva e della distribuzione dei dispositivi elettronici: quando acquistiamo un computer, uno smartphone o un dispositivo destinato a proteggere informazioni riservate, diamo generalmente per scontato che l’hardware contenuto al suo interno corrisponda a quello progettato dal produttore.
Ma quanto possiamo esserne certi? La sicurezza informatica non riguarda soltanto aggiornamenti software, autenticazione, crittografia e protezione dalle vulnerabilità, riguarda anche la provenienza dei componenti, l’integrità fisica dei dispositivi, l’affidabilità dei fornitori e il controllo di tutte le fasi che precedono la consegna all’utilizzatore finale.
Per chi utilizza hardware wallet, una conseguenza pratica è prestare particolare attenzione alla provenienza del dispositivo e alle indicazioni di sicurezza del produttore. In presenza di una sospetta compromissione della recovery phrase, non basta cambiare apparecchio mantenendo le stesse 24 parole: occorre generare nuove chiavi su un dispositivo affidabile e trasferire i fondi.
Per le organizzazioni che trattano informazioni particolarmente sensibili, invece, potrebbe diventare sempre più importante affiancare ai controlli informatici tradizionali anche verifiche sulla sicurezza fisica ed elettronica degli apparati.
Il caso Ledger dimostra infatti che un sistema può essere perfettamente protetto dal punto di vista crittografico e risultare comunque vulnerabile perché qualcuno è riuscito a osservare ciò che avviene al di fuori del suo perimetro di protezione.
Ed è probabilmente questa la lezione più importante che possiamo ricavare da un attacco che, pur avendo colpito il mondo delle criptovalute, riguarda potenzialmente l’intero settore della sicurezza digitale.
Per ascoltare l’intervista nella quale sono intervenuto con Enrico Pagliarini nella puntata “Maxi cripto furto – Frigoriferi in tilt – Compliance” del programma 2024 di Radio 24, a partire da circa il minuto 14, potete accedere al podcast su Apple oppure scaricarla direttamente dalla pagina della puntata su Radio24.







